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Il dato è tratto
Posted in giornalismi | 1 Comment »Al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, una ricerca sull’uso dei dati sulla stampa italiana.
Al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, una ricerca sull’uso dei dati sulla stampa italiana.
Fine di anno e di decennio. Fioccano, come da copione, liste e classifiche di ogni genere.
Imperdibili le 50 foto che il Boston Globe ha messo in fila per descrivere il primo decennio degli anni 2000. Perché anche se la visione offerta è necessariamente parziale, le istantanee scelte, tutte evocative, toccanti, a tratti cruente, sono una eccellente sintesi di anni “drammatici, a tratti brutali”. Catastrofi naturali, il terrorismo, nuove guerre occupano prepotentemente la scena. Su cui per fortuna si affaccia però anche la speranza, simboleggiata da un uomo, Barack Obama, ma soprattutto da un mezzo, Internet.
Chissà cosa ci attende.





Nella rassegna del Boston Globe, di cui quello che precede è un piccolo estratto, l’Italia è presente con una sola immagine: la testata di Materazzi a Zidane, nella finale del Mondiale di calcio 2006.
Assicurano che nel 2010 si farà così:
Il New York Times spiega che ancora non esiste un tablet in grado di tradurre questa idea in realtà (ci sono ad esempio problemi con batterie, sistemi operativi, prezzi). Ma c’è grande attesa attorno al nuovo tablet che Apple potrebbe presentare già a fine gennaio. Potrebbe prendere il nome di I-slate ed essere la degna progenie di I-pod e I-phone. Potrebbe segnare un passo importante nel campo delle tecnologie e aprire la strada a nuove evoluzioni. Ma nulla per ora è confermato. Steve Jobs e soci, come da tradizione, alimentano la curiosità di mezzo mondo mantenendo un gran riserbo attorno alla loro nuova creazione. E allora non resta che aspettare il 2010, per vedere se sarà davvero, come lo stesso Nyt titola, “l’anno del tablet”.
Oggi il primo editoriale del nuovo direttore de La Stampa, Mario Calabresi.
La sfida per i giornali è oggi quella di riuscire a decifrare la complessità offrendo chiavi di lettura. È di essere credibili, affidabili, corretti e curiosi. Il giornalismo non è intrattenimento, tanto meno l’inseguimento dell’ultima stranezza: mi sta a cuore che si spieghi se la febbre suina è davvero pericolosa, senza cadere in un sensazionalismo fine a se stesso, o se un terremoto può essere previsto senza farsi condizionare dalle convenienze politiche.
E citazione finale di Indro Montanelli, che suona come una promessa:
«I giornalisti sono al servizio dei giornali e i giornali dei lettori. Chi pensa il contrario farebbe bene a cambiare mestiere».
In archivio qui una sua lezione, nella cronaca di un manipolo di giornalisti in erba e in allenamento su La Sestina. E riscopro il consiglio che allora più mi rimase impresso e che oggi mi torna più utile:
«Avere un metodo. Il metodo è fondamentale, è la sostanza. È quello che fa la differenza, in questo mestiere».
(…) perché un’informazione libera, indipendente e responsabile fa bene alla democrazia? Non è una domanda retorica.
(…) Il dibattito vero fa emergere le politiche migliori, quello falso o reticente solo quelle che appaiono in superficie le più percorribili e all’apparenza le meno costose. Insomma, con i cantori a pagamento e gli spin doctors improvvisati non si va da nessuna parte.
Ferruccio De Bortoli riprende in mano le redini e le sorti del Corrierone.

Il giornale si è rinnovato. E anche il sito.
Ross Douthat è il nuovo editorialista assunto dal New York Times. Pare sia proprio bravo. Quest’anno compirà 30 anni.

Un memoriale di alcune delle riviste che hanno chiuso a causa della crisi. (Da Gawker)
(N.B. Niente paura: quel “Time” che si vede in basso a sinistra è l’edizione canadese del famoso settimanale)
Il New York Times sta sondando il terreno del giornalismo iperlocale. “The Local” è il nuovo blog che dal 2 marzo riporta le notizie di due quartieri di Brooklyn e tre città del New Jersey. La strategia, riferisce la rivista Gawker, è creare una piattaforma di siti d’informazione iperlocali che, con minimo impiego di risorse giornalistiche, attirino il contributo dei blogger e della gente del luogo e pubblicità (si spera tanta). Il successo dell’iniziativa, soprattutto sul piano economico, è un’incognita. Quel che al momento a Gawker appare chiara è l’idea, non nuova, di sfruttare la manodopera non pagata che internet riesce a catalizzare:
Because, honestly, who wants to pay writers these days?
Perché, onestamente, chi vuole pagare gli scrittori di questi tempi?
Già.
Qualche ora fa il “presunto mostro” di Napoli è stato catturato, quasi linciato e sbattutto sulle home page dei giornali. La vittima dodicenne l’ha riconosciuto, ci sono indizi molto gravi a suo carico e stando ai dettagli in cronaca la violenza di cui è accusato è stata davvero “inaudita”. Ma leggendo i titoli e sfogliando le fotogallery, mi sono tornate a mente queste parole, lette stamattina:
Ho cominciato a fare il giornalista occupandomi di storie di malagiustizia, e ho visto e scritto di tutto. Riecheggiava il caso Tortora e quindi se ne parlava, ma poi ci fu Mani pulite e le mie storie non trovarono più spazio (…). Col tempo le mie storie tornarono politicamente utili e ne raccolsi e scrissi non so quante (…). Ora forse l’aria sta cambiando ancora, e voglio dire solo questo: attenzione. Perché uno stupratore non è chi è accusato di stupro: è chi è condannato per stupro.
Uno stupratore, certo, è anche chi è arrestato in flagranza di stupro, chi è reo confesso di stupro, chi sia gravato da incontestabili prove di colpevolezza per stupro: ma non è chi, solamente, è accusato di stupro. Sembra ovvio, ma nella tragedia della giustizia c’è anche questo: che gli errori giudiziari non sono calati. I racconti delle violentate sono terribili, vanno amplificati, ma anche quelli degli accusati di stupro rivelatisi innocenti, spesso strappati alle loro esistenze e ai loro affetti per sempre. Oggi parliamo delle prime. Cambierà l’aria e riverrà il turno dei secondi. Noi idioti, nel mezzo. (Filippo Facci, Il Giornale)